Oggi giorno possiamo purtroppo affermare che sei prodotti alimentari italiani su dieci sono falsi.
Si tratta dell’ ‘Italian sounding’, fenomeno che coinvolge l’utilizzo dell’origine geografica e del marchio Italia, senza aver nulla a che fare con esso.

Si stima che si perdano circa 60 miliardi di euro l’anno a causa di questi falsi.

Il formaggio è il prodotto più contraffatto, si stima solo per il Parmigiano Reggiano un danno di oltre 2 miliardi di euro solo per le zone extra UE. Grana Padano e Mozzarella sono altri due prodotti fortemente imitati. Questi dati sono forniti dalla Coldiretti, la maggiore associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura italiana che conta oltre 1,5 milioni di soci.

Il Sud America è la regione dove le imitazioni del Made in Italy sono più prodotte e commercializzate, ma rimangono gli Stati Uniti il paese dove si producono e commercializzano più imitazioni. Il fenomeno si è ormai diffuso in Australia, Canada, Thailandia, Corea del Sud, Russia, ma anche in diversi Paesi dell’Unione Europea, nonostante le rigide norme sulla tutela delle denominazioni di origine geografica europee.

Tra gli altri prodotti contraffatti più diffusi, si possono trovare diverse versioni della salsa di pomodoro italiana, che ad esempio in Argentina non si chiama “salsa di pomodoro”, ma “salsa pomarola”. Come accennato in precedenza, la mozzarella è un altro target, basti pensare alla nuova mozzarella siberiana prodotta in Russia. E non dimentichiamoci del vino. Secondo i dati, i vini più comunemente falsificati sono il Chianti, Barbera e Prosecco. In Romania, il famoso Barbera piemontese è un vino bianco e non rosso come nella sua versione originale.

Il vero problema è che le persone in realtà non sanno di avere una copia tra le mani, ed è quindi necessario ricordare che l’Italia è uno dei Paesi con la più ricca varietà di prodotti agricoli, in quanto vi sono migliaia di prodotti di prima qualità provenienti da tutte le venti regioni del Paese. Per questo in molti sfruttano la notorietà del marchio italiano per realizzare contraffazioni.

Ma il punto è che i consumatori, non sanno di non mangiare cibo italiano originale. Per l’Italia, che sta perdendo grosse somme, è difficile affrontare questo problema, poiché la produzione e la distribuzione di questi falsi prodotti non è ufficialmente illegale.

Inoltre, a rendere il tutto più difficile, non è sempre obbligatorio fornire etichette informative e specificare il sito di produzione. Pertanto, i consumatori non hanno immediatamente l’opportunità di individuare queste imitazioni.

Allora la domanda è: come può l’Italia difendersi da questo “Italian Sounding”? L’acquirente medio cerca cibo più economico e le contraffazioni sono in media più economiche del 30% rispetto ai marchi originali. I governi italiani hanno già speso negli anni grosse cifre per informare il pubblico, soprattutto attraverso la mediazione dei principali operatori del settore gastronomico: chef di ristoranti, nutrizionisti, fornitori e stampa specializzata. Tuttavia, la strada da percorrere è ancora lunga.